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Padri e figli

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Sulle tracce dell’orso per ritrovarsi tra padri e figli

La storia che Matteo Righetto racconta nel suo bel libro La pelle dell’orso, (ed. Tea), inizia dalla copertina. Un acquerello con la sagoma di un orso stagliata sulle cime delle dolomiti. Colori lievi e intensi, come il bosco , come la solitudine.

Pietro, boscaiolo di legno e resina, taciturno, scontroso, burbero, borbotta una lingua di  versi ed echi, una specie di arcaico dialetto di pietre e torrenti ghiacciati. Nel suo cuore un dolore grande che il vino non riesce ad annegare, una moglie bambina morta anni prima  l’ha lasciato solo con il figlioletto Domenico, Menech.

I due vivono in un piccolo paese tra le guglie e le foreste del Cadore, dove i silenzi si misurano col sibilo del vento. Tra di loro distanze e pochi sguardi.

In  quelle valli, si aggira el Diaol, un orso gigantesco, che ha fatto strage di pecore e spaventato le notti di tutti. Il più ricco del paese bandisce una sfida e promette un milione a chi lo caccerà  e porterà in paese la sua pelle. Una sera che la testa gli scoppiava, Pietro decide che sarà lui a cacciarlo.

Accetta la sfida tra le perplessità degli abitanti che provano a scoraggiarlo e a dirgli che è impresa troppo pericolosa. Ma non serve a dissuaderlo. Padre e figlio partono sulle tracce del Diaol.

Domenico sebbene spaventato per quell’impresa piena di incognite, segue il papà forse per proteggerlo e succede che per strada i due ritrovano le parole che sembrava avessero dimenticato. Un dialogo fatto dapprima di attesa, di fruscio di foglie, di scoppiettio del fuoco e di silenzi, poi man mano che la caccia prosegue, parole affettuose ricuciono le loro anime solitarie. 

Intorno a loro tutto è vivo e sembra  che la foresta li accompagni avvolgendoli in un affettuoso abbraccio facendoli ritrovare il sentiero lungo il quale incontrarsi.

Ho amato questa storia che offre un prezioso insegnamento e prova a dare voce alle distanze e alle solitudini che talvolta come genitori viviamo quando i figli diventano grandi e si allontanano.

Quando non bastano più le rassicuranti abitudini che hanno regolato fino a quel momento i nostri rapporti e li sentiamo partire in cerca del proprio posto nel mondo. In quelle distanze generazionali che spesso ci fanno soffrire, fatte di silenzi, incomprensioni, conflitti, cerca strada un bisogno profondo: la necessità di un figlio di sperimentarsi, di capire se è in grado di affrontare il mondo, di mettersi alla prova.

Uno spaesamento necessario dunque. Se quella distanza fosse un luogo potrebbe essere ben rappresentato da un bosco o una selva. Intricata,  a tratti oscura, impervia, costellata da tracce e presenze inquietanti ma anche da avventurose e affascinanti scoperte. Come la vita.

Un luogo dove  genitori e figli possono  reincontrarsi, scoprirsi cresciuti e cambiati per tornare ad essere curiosi gli uni degli altri. A patto che si riesca ad ascoltare tutti i suoni del silenzio, ci si faccia attesa e chi un tempo era guida, ora sia disposto ad imparare.

Beppe Pasini, psicologo, psicoterapeuta

www.beppepasini.it

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