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Non vuole più andare a scuola

Non vuole più andare a scuola

di Marzia Sellini

In Italia hanno iniziato a chiamarli “gli Sdraiati”. Chi sono? Ragazzi che hanno fatto abbandono scolastico precocemente e che non sopportano più la scuola. Adolescenti che pare non ritengano più credibili gli adulti e appaiono privi di fiducia verso il futuro.

Qualche benpensante li definisce “ragazzi privi di valori”, “ragazzi fragili”. Le letture di senso comune, e di certa psichiatria e psicologia, li classifica come “malati”. Un esempio:

Una mamma: “Non vuole più andare a scuola, oramai sono giorni che non ci va, dice che la notte non riesce a dormire, e che se non dorme non può andare a scuola. Effettivamente si addormenta sempre molto tardi e la mattina è praticamente impossibile riuscire a farlo alzare. Dorme tutto il giorno, mi hanno detto che ha un “disturbo del sonno” e che occorrono dei farmaci.”

Qualcun altro accusa i genitori:

Signora cerchi di farlo rigar dritto. Gli dica che la scuola è un suo dovere, che gli serve per il suo futuro.” (come se già tutte queste cose i genitori non le sapessero o non le avessero già dette)

C’è addirittura chi suggerisce di usare la forza, ed invita a tornare alle cattive maniere.

Sfugge forse a queste persone la complessità dei tempi. Vi invito a considerare questa lettura, appresa e condivisa col prof. Marco Vinicio Masoni, degli accadimenti che hanno interessato il mondo occidentale. I cambiamenti geopolitici, economici e tecnologici, avvenuti in questi ultimi decenni, hanno privato i soggetti dell’appartenenza ad una classe sociale e delle certezze rispetto alla propria identità. Il futuro, il destino, diventa così, per questi ragazzi, qualcosa da creare, inventare, costruire, non è più già dato, non è più una cosa già pronta, assegnato con la nascita. Un compito nuovo e pesante quello del mettere a punto una propria identità, ovvero una propria riconoscibilità, che mai prima nella storia umana abbiamo avuto. Questa questione richiede l’assunzione di responsabilità nuove.

Accade dunque che le famiglie siano fortemente preoccupate e la cosa peggiore avviene quando il ragazzo inizia a percepirsi, a credersi “malato”. Se leggiamo l’atteggiamento del ragazzo in questo modo, non ci rendiamo conto forse, ma alimentiamo il problema, perché non solo verifichiamo il fatto che non fa ciò che ci aspetteremmo facesse o che dovrebbe fare in virtù della sua età e posizione, ma addirittura affermiamo che quel suo fare indica la presenza di un malanno, di una patologia in lui.

Che possiamo fare allora?

Leggere le comunicazioni di questi ragazzi come una critica dura e forte alla scuola e alla società, anche se, per come viene da loro a volte espresso, può apparire debole. Perché? Perché questi ragazzi si trovano ad esprimere il loro malcontento da soli, come singoli, isolati, non più in gruppo, come per esempio accadeva negli anni ‘60.

Noi crediamo che il passo principale per cominciare ad ottenere qualcosa da questi ragazzi, per “smuoverli” dalla loro apparente apatia sia quello di farli sentire capiti. E come si fa? Si comincia col vedere le cose con i loro occhi, col mettersi nei loro panni, domandandosi per esempio:

 “Se io fossi lui/lei, se avessi oggi la sua età, come vedrei il mio futuro? Che idea mi farei della scuola? Della società”

Occorre poi passare al figlio, alla figlia, l’idea che il suo non fare, non è segno di patologia, di un malanno, di un disturbo ma è semmai un agire critico e forte. E’ essenziale che tutto ciò avvenga in un clima di accettazione e rispetto.

Questo in termini generali e generici, ovviamente ogni situazione va considerata singolarmente, affinché arrivi al ragazzo / alla ragazza il messaggio “che il suo agire è un agire in vista di … ” non è vittima di qualcosa o di qualcuno.

 

Dott.ssa Marzia Sellini

3384581605

marziasellini@gmail.com

(psicologa, psicoterapeuta, collabora con i professionisti del Centro Formazione & Studio –

Laboratorio di Psicologia del dott. Marco Vinicio Masoni di Milano)

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